Fonte: MoltoFuturo (Il Messaggero), 19/03/2026 Articolo di: Carla Massi
L’articolo pubblicato su MoltoFuturo il 19 marzo 2026 affronta il rapporto sempre più stretto tra intelligenza artificiale e medicina, mettendo al centro una questione decisiva: fino a che punto la tecnologia può sostituire la relazione umana nella cura?
Il punto di partenza è chiaro: l’intelligenza artificiale ha già dimostrato di essere uno strumento estremamente efficace, capace di migliorare diagnosi, velocità e precisione delle analisi cliniche. Tuttavia, come sottolinea il dibattito riportato nell’articolo, la vera posta in gioco non è solo tecnica, ma profondamente umana.
In questo contesto si inserisce con forza la riflessione del prof. Tonino Cantelmi, psichiatra e docente alla Pontificia Università Gregoriana, che richiama l’attenzione su ciò che rischia di andare perduto.
Cantelmi evidenzia come la discussione sull’intelligenza artificiale non possa limitarsi alle sue prestazioni, ma debba interrogarsi sul significato stesso dell’assistenza sanitaria:
«È in gioco una trasformazione del paradigma che informa l’idea di salute, malattia, cura e, soprattutto, relazione terapeutica»
Secondo il professore, il rischio è quello di una medicina sempre più efficiente ma progressivamente disumanizzata, in cui il rapporto tra medico e paziente venga ridotto o mediato dalla tecnologia.
Per questo Cantelmi insiste su un punto centrale: la tecnologia non deve sostituire la relazione, ma integrarsi ad essa. Nel cosiddetto Manifesto Sinodale sulla tecnologia e la salute, da lui richiamato, emerge chiaramente la necessità di un equilibrio:
«La tecnologia non deve ridurre l’atto medico a una procedura computazionale né spingere alla delega acritica»
Al contrario, ciò che va recuperato e valorizzato è la dimensione umana della cura, fondata su ascolto, empatia e responsabilità. È proprio l’alleanza terapeutica — cioè il legame tra medico e paziente — a rappresentare il cuore autentico dell’atto medico.
Cantelmi mette anche in guardia da un uso distorto del concetto di empatia, che rischia di essere banalizzato o trasformato in una tecnica:
«L’empatia non è uno strumento di mediazione, ma una relazione basata su silenzio, ascolto e partecipazione»
Questo significa che la cura non può essere ridotta a protocolli o algoritmi, perché coinvolge dimensioni profonde della persona, soprattutto nei momenti di fragilità. Ed è proprio in queste situazioni che la tecnologia, se usata male, può accentuare isolamento e spaesamento.
Nella seconda parte dell’articolo (pagina 2), il tema si amplia alla formazione e al ruolo delle istituzioni accademiche. Si sottolinea la necessità di educare le nuove generazioni a tenere insieme eccellenza scientifica e valori umani, evitando che la rapidità delle innovazioni superi la capacità di ascolto.
Ancora una volta, Cantelmi ribadisce un principio fondamentale:
«Interfacciarsi con un sistema non umano nei momenti di fragilità può generare spaesamento e solitudine»
E conclude indicando ciò che resta insostituibile:
«Ascolto, empatia e discernimento clinico restano insostituibili»
L’articolo si chiude quindi con una prospettiva chiara: l’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità, ma solo se rimane al servizio dell’uomo. La vera sfida non è scegliere tra tecnologia e umanità, ma costruire un modello di cura capace di tenerle insieme, senza sacrificare ciò che rende la medicina un’esperienza profondamente umana.
