Fonte: Avvenire del 14/01/2026
Nella struttura di Vasto dove si trovano i bimbi e la madre, quest’ultima adesso è ritenuta «non collaborativa» e si valuta addirittura un suo possibile allontanamento. Parla lo psichiatra Tonino Cantelmi, che è perito di parte della difesa
È entrata in una nuova, delicatissima fase la vicenda della cosiddetta famiglia del bosco di Palmoli, dopo che nella casa famiglia di Vasto dove i tre bambini vivono da fine novembre, la madre Catherine Birmingham è stata descritta da tutrice e operatori come «rigida e non collaborativa», al punto da essere considerata un possibile ostacolo al percorso educativo dei figli. Sul tavolo c’è l’ipotesi, ancora da valutare, di un suo allontanamento dalla struttura, su cui prima fra tutte ha espresso la sua preoccupazione la Garante per l’infanzia Marina Terragni, chiedendo tempi più rapidi per le valutazioni disposte dal Tribunale. Il tutto mentre è stato avviato il piano educativo previsto per i piccoli e nella casa famiglia ha preso servizio un’insegnante per colmare le loro «gravi lacune scolastiche». Ma sono davvero così intrattabili i genitori della “casa nel bosco”? «No», con loro dovrebbe essere costruito un sistema radicato sull’alleanza e non sulla conflittualità. L’allontanamento dei bambini dalla famiglia non solo non serva a colmare eventuali carenze, «ma può avere gravi ripercussioni sotto l’aspetto psicologico-relazionale». Lo spiega in questa intervista Tonino Cantelmi, psichiatra, docente alla Pontificia Università Gregoriana, incaricato proprio dagli avvocati della famiglia Trevallion di svolgere la funzione di consulente di parte nell’indagine psicologica disposta nei confronti di Nathan e Catherine dopo la decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila.
Professor Cantelmi, la domanda che tutti si sono fatti fin dall’inizio riguarda l’opportunità di allontanare i bambini dalla famiglia. Secondo servizi sociali e tribunali una scelta inevitabile per salvaguardare il diritto dei piccoli alla socializzazione e all’istruzione. Ma non c’è il rischio che i presunti benefici finiscano per risultare annullati dal trauma di un allontanamento di cui i bambini non riusciranno mai a comprendere i motivi?
Innanzitutto debbo ringraziare Avvenire per questo spazio di riflessione perché l’informazione sta facendo un grande lavoro ed ha evidenziato con questo caso un problema che è sempre stato sottotraccia: il prelievo di bambini dal loro nucleo familiare e la loro eradicazione dal contesto, in assenza di abuso, violenza, illegalità e conflittualità, è una misura idonea oppure dobbiamo ripensare il sistema e valutare misure alternative? In questo caso specifico ci troviamo di fronte ad una famiglia unita, non conflittuale, con un assetto valoriale caratterizzato dal rifiuto dello spreco, del lusso, del dio danaro, che sceglie per i propri figli, ai quali i genitori dedicano tempo e attenzioni, la vita immersa nella natura (e non in un contesto mafioso, camorristico o illegale) con prevalenza di digital detox a favore di relazioni intrafamiliari autentiche. Se la loro matrice culturale non fosse diversa, oserei dire che si tratta di valori francescani. Le autorità hanno rilevato alcune carenze, vere e indiscutibili, ma – la domanda la pongo io – sono secondo voi sufficienti per smembrare la famiglia e devastarla con una metodologia e una potenzialità traumatica devastanti?
Cosa succede nella mente di un bambino che, in assenza di comportamenti maltrattanti o abusanti da parte dei genitori, si vede improvvisamente stravolta la vita, cambiate le abitudini, rovesciati i punti di riferimento, con mamma e papà di fatto “cancellati” dai suoi orizzonti?
In questo caso parliamo di bambini molto amati di 6 e 8 anni. Il contesto in cui hanno vissuto era sicuramente eccentrico (fuori dal centro, non conformista), ma questi figli erano immersi in relazioni intense ed affettuose con i genitori. Immaginiamo come un bambino di 6 anni o di 8 anni possa spiegarsi l’improvvisa assenza dei genitori ed il divieto di incontrarli se non per un tempo contingentato e in modo vigilato. Potrebbe pensare che i genitori hanno fatto cose orribili o lui ha fatto cose orribili oppure c’è una società orribile! Insomma si scatenano dinamiche insidiose dagli esiti potenzialmente devastanti.
Una forma di vita alternativa, com’è certamente quella di vivere in un bosco, senza servizi igienici, senza luce, senza gas ma con la presenza amorevole e costante dei genitori può davvero incidere sullo sviluppo cognitivo di un bambino? In altre parole, il futuro di quei bambini sarebbe stato davvero compromesso da quello stile di vita?
No, in questo caso lo escludo. Tra l’altro ho visionato documentazione e saputo da fonti dirette che questi bimbi incontravano altri bimbi di famiglie vicini per giocare. Questo dato è stato completamente sottovalutato dalla narrazione dei servizi sociali. La scuola parentale è legge in Italia, è praticata da migliaia di famiglie e negli Stati Uniti è utilizzata dalle classi abbienti. Certo si può e si deve migliorare l’istruzione e la socializzazione, come è necessario garantire il diritto alla salute dei bimbi. Sull’istruzione ribadisco che il desiderio dei genitori è quello di utilizzare il sistema della scuola parentale: aiutiamoli a fare una buona scuola parentale!
Lei ha già incontrato Nathan e Catherine. Che persone si è trovato di fronte? Come pensa di convincerli ad accettare qualche compromesso per il bene dei loro figli rispetto al loro ambientalismo radicale?
Questo dovrebbe essere il nodo centrale: quello di costruire una alleanza con i genitori. Il fallimento è stato sempre attribuito alla rigidità della famiglia, ma siamo sicuri? Non è forse responsabilità dei professionisti mettere in campo competenze efficaci per costruire una adeguata alleanza? Minacciare la sottrazione dei figli e poi farla, anche in assenza di un contesto violento e abusante, è il modo giusto? Chi non ne sarebbe spaventato? Io credo che anche il sistema istituzionale abbia messo in atto comportamenti rigidi. E non trovo accettabile scaricare tutte le responsabilità sulla famiglia. Dobbiamo trovare un equilibrio virtuoso e questo ci coinvolge tutti.
Fonte: ansa.it/abruzzo del 13 gennaio 2026
Psichiatra della famiglia del bosco, ‘non prolunghiamo il tempo del dolore’
“Faccio mio l’appello del Garante: cerchiamo di non prolungare troppo il tempo del dolore”.
Così, all’ANSA, lo psichiatra Tonino Cantelmi, il super-perito nominato dalla difesa della famiglia del bosco in vista dei test psicologici ordinati dal Tribunale dei minorenni nella sentenza con cui è stato respinto il ricorso della famiglia anglo-australiana.
“La perizia è una grande opportunità di chiarezza e, su questo, condivido la scelta del Tribunale – aggiunge lo specialista, con un passato in Vaticano come consulente di uno dei Dicasteri della Santa Sede -.
Forse andava fatta in quel fatidico anno che ha preceduto il prelievo (dei bambini), per trovare una modalità di accompagnamento senza giungere a una decisione dalla potenzialità traumatica elevata. Il consulente tecnico d’ufficio è una psichiatra esperta. Noi siamo collaborativi. Purtroppo la perizia ha tempi tecnici che non si accordano con i bisogni dei bimbi e la necessità di trovare al più presto una modalità di accompagnamento non traumatizzante”.
Cantelmi sottolinea l’importanza del periodo prima del trasferimento dei bambini dal casolare nel bosco nella struttura protetta e, su questo, chiede attenzione. “A questo proposito – dice ancora – dobbiamo accendere i riflettori sull’anno che ha preceduto il prelievo dei bambini ed il loro sradicamento dal contesto familiare: siamo sicuri che sia stato fatto davvero tutto il possibile se, come mi è stato riferito, in un anno ci sono stati 5 incontri tra cui 2 con le forze dell’ordine e il quinto sarebbe stato il prelievo?”.
Sul rischio di un allontanamento della mamma dei minori dalla casa famiglia dove si trova con i figli da fine novembre scorso, lo psichiatra fa chiarezza. “Qui conto sul buon senso e credo che tutti stiano lavorando per un equilibrio virtuoso – le sue parole -. Una decisione di allontanamento sarebbe un ulteriore trauma come ha già chiarito il Garante nazionale per l’Infanzia.
Ma sono molto confidente circa la professionalità degli operatori e la loro capacità di accogliere e accompagnare. Un sistema rigido è espulsivo, un sistema flessibile è accogliente ed efficace”.
Fonte: fanpage.it del 7/01/2026
Famiglia nel bosco, i genitori si preparano alla perizia. Lo psichiatra: “Uniti e pronti a collaborare”
La data dell’incontro tra la psichiatra del Tribunale per i minorenni dell’Aquila e i coniugi Catherine Birmingham e Nathan Trevallion è decisa, sarà il 23 gennaio. Si tratta solo del primo di una serie di incontri volti a stabilire se i due possiedono le capacità genitoriali per riacquisire la potestà sui loro tre figli. Lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa, accompagnerà i Trevallion in questo percorso, e a Fanpage.it si dice fiducioso, ma indiscrezioni sempre più insistenti parlano di tensione tra marito e moglie, e anche tra Catherine e i servizi sociali.
Lo psichiatra: “Genitori pronti a collaborare, sono uniti”
“I genitori sono collaborativi e uniti”, sottolinea Cantelmi. Secondo l’esperto, nonostante lo stress dell’allontanamento, Catherine e Nathan sono consapevoli di dover collaborare con le istituzioni per poter riottenere i loro bambini, e a prepararli agli incontri con la psichiatra del Tribunale sarà proprio lui. “La perizia – spiega – intende accertare la loro competenza come genitori, è su questo che si concentrerà”.
I tre figli della coppia – una bambina di 8 anni e due gemelli di 6 – dal 20 novembre si trovano all’interno di una struttura protetta a Vasto con la madre, la quale però può vederli solo a orari prestabiliti. Prima, vivevano tutti insieme nel bosco di Palmoli, in Abruzzo. I bambini non frequentavano la scuola, preferendo l’educazione parentale impartita da Catherine, e vivevano in un casolare che risulterebbe privo di acqua corrente ed elettricità.
Nel 2024, però, dopo un’intossicazione da funghi li ha portati tutti al pronto soccorso, i servizi sociali hanno iniziato a interessarsi di loro, e così anche i media, dove sono diventati noti come “famiglia nel bosco”. Questo aveva innescato una serie di controlli da parte dei servizi sociali, e al termine i giudici hanno disposto l’allontanamento e imposto ai bambini di iniziare a vedere un’insegnante in vista di un prossimo inserimento a scuola. Una prospettiva che secondo Cantelmi sarebbe “traumatica e lacerante” per i piccoli.
Accertato che non sussistono situazioni di abuso, con la perizia che inizierà il 23 gennaio il Tribunale intende chiarire se i Trevallion possono essere dei genitori competenti e riacquisire così la potestà sui bambini. “Si tratta di un percorso a tappe che si svolgerà nell’arco di diversi mesi, ci sono dei tempi tecnici stabiliti dai giudici uguali per tutti”, chiarisce lo psichiatra che accompagnerà i coniugi in veste di consulente nominato dagli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas.
La perizia si concluderà con una relazione che la psichiatra nominata dal Tribunale, Simona Ceccoli, consegnerà ai giudici a maggio. Da questa dipende gran parte del futuro della famiglia, e non è un caso che il membro del team di difesa sottolinei la volontà di collaborare. Il precedente avvocato, Giovanni Angelucci, aveva rimesso il mandato proprio a causa della inflessibilità dimostrata della coppia anglo-australiana. La stessa “rigidità” ravvisata in una certa misura anche da Cantelmi, e che starebbe emergendo con forza da parte di Catherine in questi giorni.
Le indiscrezioni: dissidi tra i genitori e con i servizi sociali
A seguito del Capodanno che la famiglia ha trascorso in videochiamata, perché a papà Nathan è stato impedito di recarsi nella struttura di Palmoli, si erano rincorse sui media voci di un possibile contrasto tra i coniugi. Una situazione smentita in maniera decisa da Cantelmi che sottolinea invece la loro volontà di “restare uniti e collaborare il più possibile” al fine di ritornare con i figli il prima possibile.
Tra le indiscrezioni c’è anche quella riportata dalle pagine romane del Corriere della Sera: secondo Giuseppe Masciulli, sindaco di Palmoli, Catherine sarebbe in forte sofferenza: “Una persona come lei, abituata a vivere a contatto con la natura, ad occuparsi della casa e degli animali, si ritrova all’improvviso in questa struttura, al chiuso, senza far nulla tutto il giorno e con l’aggravante di vedere i figli solo per poco tempo e in determinati orari: è chiaro che questa condizione può farti impazzire. In più questa donna vive separata dal marito e con la costante preoccupazione di quel che avverrà in futuro e se mai tornerà a casa con i bambini. Sfido chiunque a restare calmo”. Questa condizione psicologica si rifletterebbe sui rapporti con il personale della struttura e gli assistenti sociali, con i quali ci sarebbero continui contrasti.
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Eleonora Daniele approfondisce i temi di stretta attualità e i principali casi di cronaca con i protagonisti che raccontano in prima persona le loro esperienze.
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Storie Italiane del 15/01/2026
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