Fonte: Il giornale del 25/09/2024 Articolo di Angela Bubba
Professor Cantelmi, come sta reagendo l’uomo a questo strumento incredibile che è l’IA?
«Parto da un’osservazione: il cervello è l’organo più straordinariamente adattabile che abbiamo. Consideriamo poi che i grandi cambiamenti della storia corrispondono a cambiamenti anche cerebrali. Il cervello dell’umanità è cambiato quando si è imparato a leggere o a scrivere, oppure quando l’elettricità è diventata parte delle nostre esistenze. Ora ci troviamo in una transizione di simile portata».
Cosa dobbiamo aspettarci?
«Da un cervello analogico approderemo a un cervello digitale. Il cervello umano perciò si adatterà plasticamente ad un nuovo pensiero, a una nuova forma di cognizione, volizione ed emozione, che è quella digitale».
Perché proprio adesso e non prima?
«Una ventina d’anni fa tutto questo sarebbe stato impensabile. Abbiamo avuto bisogno della dimensione dei social, che ha promosso questa evoluzione cerebrale. Oggi il cervello umano è pronto ad essere coprotagonista del cervello dell’IA, che non a caso sta evolvendo insieme a noi».
In che modo?
«Proponendosi sempre di più come quel mezzo in grado di sostituire il cervello umano, o almeno di integrarlo».
Qualcosa di diverso rispetto alle precedenti conquiste tecnologiche.
«Sì, perché il mondo tecnologico di oggi è sempre più mentale, a differenza di quanto accadeva anche nel più recente passato. Mi viene in mente la robotica, che si limitava a sostituire la muscolatura dell’uomo, ma non altro, e soprattutto non l’apparato cerebrale. Questa è la novità vera: l’integrazione del cervello umano con un cervello artificiale».
Quali sono gli effetti sulla nostra interiorità?
«Tutto ciò scatena diverse reazioni, inclusa la paura, l’ansia, l’angoscia. Entriamo nel campo dell’emotività, che rappresenta l’altra grande frontiera dell’IA, la cui ricerca sta andando sempre più verso forme artificiali di dialogo emotivo. Per l’IA dunque è e sarà essenziale interpretare le emozioni ed esprimerle, sotto forma anche in questo caso di sostituzione o integrazione: tra emozioni umane ed emozioni generate da sistemi operativi».
Lei crede che l’IA possa riuscirci?
«Ci riuscirà. Del resto si sta già lavorando in questo senso. Pensiamo a certe pratiche sperimentali di accudimento emotivo, come quelle destinate agli anziani, progettate tramite applicazioni IA. Si tratta di dispositivi particolari, volti a lenire l’afflizione derivante dall’isolamento, dunque a dispensare consigli, a felicitarsi per qualcosa, a spronare verso un obbiettivo che apporti del benessere. In sostanza, a corrispondere alle nostre emozioni».
Non lo trova tristissimo?
«Sposterei lo sguardo su un altro aspetto, che sta a monte, ovvero la solitudine generale dell’attuale periodo storico. Al netto di tutte le interazioni di cui disponiamo, social e non social, la totalità degli indicatori ci dice chiaramente che l’uomo è più solo, ogni singola persona oggi è più sola».
Rispetto a quando?
«Come termine indico gli anni ’50 del secolo scorso, da quando si sono iniziati ad effettuare studi sulla solitudine. Riflettiamo su un fatto: è scientificamente acclarato che per mantenere una buona salute mentale si dovrebbero avere almeno 2 o 3 amici veri, diremmo intimi. Attualmente questa media sta scendendo, in generale siamo già sotto l’1,5 a testa, con livelli ancora più bassi nella nostra Europa. È proprio in questa ferita collettiva che s’inserisce l’IA».
In che modo?
«Coprendo, colmando questa enorme camera vuota che si è venuta a creare nel mondo».
Questo è il motivo per cui l’IA ha tanto successo?
«Certo. Se si vuole cogliere appieno l’IA bisogna considerare il raggio di solitudine estrema della società contemporanea. Da qui capiamo bene perché l’IA non fa che prometterci sempre e solo una cosa, ossia una scandalosa capacità di tenerci compagnia».
Non le sembra però che stiamo andando troppo oltre? Prendiamo le app afterlife: pagando un abbonamento mensile si elabora digitalmente l’identità di un defunto, che diventerà una specie di ologramma, un surrogato umanoide capace di comunicare coi propri cari ancora in vita. C’è qualcosa di grottesco?
«Questo rientra nella cosiddetta eternità digitale. Non è un tema nuovo, da almeno quindici anni si producono apparati in grado di ricostruire l’umano attraverso la personalità, la voce, le abitudini, il carattere: la possibilità di superare un lutto per mezzo del virtuale rientra perciò in questo scenario. È diventato famoso l’esperimento di una madre che aveva perso il proprio bambino. Dopo il decesso quello stesso bambino è stato ricostruito tramite l’IA. Indossando particolari sensori, la donna ha potuto poi muoversi nello spazio interagendo con la versione digitale del figlio: abbracciandolo, parlandoci, portandolo perfino al parco».
Ma questo vuol dire vivere un’illusione, cioè non vivere.
«Il problema è che l’umanità non riesce più ad accettare, e di conseguenza a gestire, la sofferenza, e in questa grande fragilità s’inserisce nuovamente l’IA, adibita a facilitare certi processi. Le faccio una confessione: all’inizio della mia carriera seguivo un gruppo di genitori che avevano perso i figli; un giorno scoprii che si recavano da alcuni medium, che promettevano loro di metterli in contatto coi figli defunti. È un po’ il prototipo comportamentale dell’esperimento che le ho appena descritto: prima c’era un medium che garantiva l’incontro coi cari perduti, ora quell’incontro lo realizza l’IA».
Mi pare evidente che c’è un’esigenza, una sorta di trend psichico comune: rinviare il più possibile il contatto col dolore.
«È esattamente così. Ed è questa la grande scommessa dell’IA, come dei social: renderci felici».
Una scommessa vinta, secondo lei?
«No. Credo anzi che proprio su questo punto la società prenderà una sbornia. Voglio dire che grazie alle nuove tecnologie abbiamo solo la sensazione di essere felici.
E ce lo confermano i dati sulla depressione, la prima causa di invalidità in tutto il mondo. Un fardello di portata apocalittica, che tuttavia potrebbe spingerci a cambiare, praticando una diversa grammatica delle emozioni».
Fonte: Il giornale del 25/09/2024
“The machine transforms the brain. Analog and digital connect”
We would be wrong to see artificial intelligence as something circumscribed, since this is a phenomenon that is much more than sprawling, with not secondary implications also on the psychic component. We therefore discuss it with Professor Tonino Cantelmi, one of the greatest contemporary psychiatrists and psychotherapists, who was the first in Italy to study the impact of digital technology on the human mind.
Professor Cantelmi, how is man reacting to this incredible tool that is AI?
“I start from an observation: the brain is the most extraordinarily adaptable organ we have. Let’s also consider that the great changes in history correspond to changes in the brain. Humanity’s brain changed when we learned to read or write, or when electricity became part of our existence. Now we find ourselves in a transition of similar magnitude.”
What should we expect?
“From an analog brain we will arrive at a digital brain. The human brain will therefore adapt plastically to a new thought, to a new form of cognition, volition and emotion, which is the digital one.”
Why now and not before?
“Twenty years ago all this would have been unthinkable. We needed the dimension of social media, which promoted this cerebral evolution. Today the human brain is ready to be a co-protagonist of the AI brain, which is not by chance evolving together with us.”
How?
«Proposing itself more and more as that means capable of replacing the human brain, or at least integrating it».
Something different from previous technological achievements.
“Yes, because today’s technological world is increasingly mental, unlike what happened even in the recent past. Robotics comes to mind, which limited itself to replacing the human musculature, but nothing else, and above all not the brain. This is the real novelty: the integration of the human brain with an artificial brain.”
What are the effects on our interiority?
“All this triggers various reactions, including fear, anxiety, anguish. We enter the field of emotionality, which represents the other great frontier of AI, whose research is increasingly moving towards artificial forms of emotional dialogue. For AI, therefore, it is and will be essential to interpret emotions and express them, also in this case in the form of substitution or integration: between human emotions and emotions generated by operating systems”.
Do you think AI can do this?
“It will succeed. After all, work is already underway in this direction. Let’s think about certain experimental practices of emotional care, such as those intended for the elderly, designed through AI applications. These are particular devices, aimed at alleviating the distress resulting from isolation, therefore to dispense advice, to congratulate oneself for something, to encourage one towards a goal that brings well-being. In essence, to correspond to our emotions.”
Don’t you find it very sad?
“I would shift my gaze to another aspect, which is upstream, that is the general loneliness of the current historical period. Net of all the interactions we have, social and non-social, the totality of the indicators clearly tells us that man is more alone, every single person today is more alone.”
Compared to when?
“As a term I indicate the 50s of the last century, when studies on loneliness began. Let’s reflect on a fact: it is scientifically proven that to maintain good mental health one should have at least 2 or 3 true friends, we would say intimate. Currently this average is falling, in general we are already below 1.5 per head, with even lower levels in our Europe. It is precisely in this collective wound that AI inserts itself”.
How?
“Covering, filling this enormous empty room that has been created in the world.”
Is this why AI is so successful?
“Of course. If you want to fully grasp AI, you have to consider the extent of extreme loneliness in contemporary society. From here we understand why AI always promises us only one thing, namely a scandalous ability to keep us company.”
But don’t you think we’re going too far? Take afterlife apps: by paying a monthly subscription, you digitally process the identity of a deceased person, who will become a sort of hologram, a humanoid surrogate capable of communicating with their loved ones who are still alive. Is there something grotesque about it?
“This is part of the so-called digital eternity. It is not a new theme, for at least fifteen years devices have been produced that are able to reconstruct the human through personality, voice, habits, character: the possibility of overcoming a bereavement through virtual means therefore falls into this scenario. The experiment of a mother who had lost her child became famous. After the death, that same child was reconstructed through AI. Wearing special sensors, the woman was then able to move in space interacting with the digital version of her son: hugging him, talking to him, even taking him to the park”.
But this means living an illusion, that is, not living.
“The problem is that humanity is no longer able to accept, and consequently manage, suffering, and in this great fragility AI enters again, designed to facilitate certain processes. I’ll make you a confession: at the beginning of my career I followed a group of parents who had lost their children; one day I discovered that they went to some mediums, who promised to put them in contact with their deceased children. It’s a bit like the behavioral prototype of the experiment I just described to you: first there was a medium who guaranteed the meeting with the lost loved ones, now that meeting is made possible by AI.”
It seems clear to me that there is a need, a sort of common psychic trend: to postpone contact with pain as much as possible.
“That’s exactly right. And that’s the big challenge of AI, like social media: to make us happy.”
A successful bet, in your opinion?
«No. I actually think that society will get drunk on this very point. I mean, thanks to new technologies we only have the feeling of being happy.
And this is confirmed by the data on depression, the leading cause of disability worldwide. A burden of apocalyptic proportions, which however could push us to change, practicing a different grammar of emotions».
Fonte: thevermilion