Fonte: Roma Sette, inserto di Avvenire Domenica 26 luglio 2026
Articolo editoriale di Tonino Cantelmi
Nei giorni che hanno preceduto la sua morte, persino nelle ultime ore, Aurora, 13 anni, si confidava con ChatGpt, a cui chiedeva con ansia come gestire quella sua relazione tossica con un ragazzino di 15 anni, geloso, violento e possessivo. Aurora muore precipitando dal balcone: un caso tragico di baby femminicidio per i giudici. Ma quanto deve sentirsi sola e priva di supporto una ragazzina di 13 anni, se ha necessità di confidare il suo dolore ad una intelligenza artificiale, senza riuscire a trovare una risposta autentica?
L’Intelligenza artificiale (IA) è il principale confidente di almeno un adolescente su due: non giudica, non si arrabbia, è sempre disponibile e non si stanca mai. Ed è percepita come più autorevole di un qualunque adulto. Questi segnali indicano la portata relazionale dell’IA e l’enorme fiducia che le viene concessa dagli umani.
Tutto bene? No, recenti studi sulla plasticità cerebrale sembrano dimostrare che l’uso dell’IA indebolisca l’attività delle aree cerebrali deputate al pensiero critico. AI-conformism or human originality? Che in altri termini vuol dire: tecnocrazia algoritmica o custodia dell’umano nella trasformazione, come evidenzia Leone XIV nei due capitoli centrali dell’enciclica Magnifica humanitas? Questa tensione fra dominio tecnologico e centralità della persona è molto evidente nel settore della salute umana.
Insieme ad altri, ho promosso il manifesto Singolarità tecnologica versus Malattia Zero, nel quale evidenziamo due scenari: quello catastrofico della singolarità tecnologica, dove l’IA riprodurrà se stessa autonomamente in modo talmente auto-migliorativo da trasformare la conoscenza dell’uomo come quella che un pesce rosso ha oggi della realtà, o quello virtuoso della medicina predittiva, dove la governance dell’umano gestirà gli algoritmi per il bene comune.
Già oggi i medici possono essere sostituiti: completamente nella diagnostica per immagine, nella valutazione clinica e laboratoristica, nei percorsi diagnostici, in alcune aree della chirurgia e della riabilitazione. Presto tutti i medici saranno sostituibili e la professione medica cambierà; il medico avrà nuove competenze di tipo bioingegneristico e di governance, ma soprattutto, nello scenario virtuoso, i medici saranno gli specialisti in umanità, garantendo la relazione di cura nella sua profondità umana.
In ambito sanitario e psicologico l’intelligenza artificiale può essere un aiuto prezioso, ma solo a una condizione: deve restare dentro la relazione di cura, non prenderne il posto.
Nel parere del Comitato Nazionale per la Bioetica Relazione di cura, consenso informato e responsabilità nell’era dell’intelligenza artificiale, che ho coordinato e redatto con Alberto Gambino, Giovanni Maga e Carlo Maria Petrini, abbiamo sottolineato proprio questo: l’ingresso dell’IA in medicina non è una semplice innovazione tecnica, ma una trasformazione che modifica il modo di decidere, il ruolo del medico e le aspettative del paziente.
Il punto decisivo, però, è che l’algoritmo può offrire dati, correlazioni, previsioni, suggerimenti, ma non può assumere la responsabilità della cura. La decisione clinica resta un atto umano, fondato su discernimento, competenza, prudenza, ascolto ed empatia. Questo vale sempre, ma vale ancora di più in salute mentale, dove la relazione personale non è un accessorio del trattamento: è parte stessa della cura.
Dunque, servono sistemi verificabili, dati protetti, attenzione ai bias, supervisione istituzionale, responsabilità distribuita tra medici, strutture, produttori e organismi di controllo. Ma soprattutto serve un principio antropologico chiaro: la persona non coincide mai con il suo profilo, con un punteggio di rischio o con una previsione algoritmica. L’IA può aiutarci a vedere meglio alcuni aspetti della realtà clinica, ma non deve mai farci guardare meno la persona nella sua unicità.
