Fonte: Corriere della sera del 12/03/2026 di Ilaria Sacchettoni
Tonino Cantelmi, consulente della famiglia del bosco, professore all’Istituto di Psicologia dell’università Gregoriana, ha un problema supplementare: l’allontanamento di Catherine Brimingham dalla casa famiglia dei bimbi va traducendosi, spiega, «in un trauma conclamato». Non sono peluche, a suo dire, che possano distrarre i piccoli dai pensieri ossessivi e nuove paure. Chiedono della madre. Temono di essere portati via (il rischio di trasferimento è ancora attuale). Rielaborano in chiave soggettiva l’intera vicenda, dice l’esperto. Di qui l’appello che Cantelmi intende lanciare, attraverso il Corriere, ai magistrati dei minori, in particolare al presidente dell’associazione di categoria: «Il giudice Claudio Cottatelucci — scrive lo psichiatra — ha dichiarato in una bellissima intervista in che caso della famiglia del bosco non c’è il rischio di adozione. E io ci credo. Anzi, rinnovo, come già ho fatto più volte, la piena fiducia nella perfetta buona fede e nella competenza del tribunale dei minori. Ma a fronte di questo occorre riflettere su due argomenti», sostiene Cantelmi. Primo: in assenza di violenze o abusi è stato giusto togliere la potestà genitoriale? Ma è forse il secondo interrogativo il più urgente: «Siamo sicuri che non si possa tornare indietro in questo momento?».
Lo psichiatra non intende lanciare un guanto di sfida alle istituzioni ma offrire un contributo, assicura. Si tratta di un ragionamento a monte: «in assenza di abuso, maltrattamento, tossico dipendenza e delinquenza dei genitori, in assenza di conflitti tra i genitori e di violenza assistita, in assenza di pericolo imminente per la salute dei minori perché sottrarre a questi bimbi i loro genitori? Siamo sicuri che i servizi sociali abbiano il monopolio della verità? Che queste misure non possano assumere involontariamente caratteristiche rieducative/punitive? ». Si tratta di un interrogativo sollevato da più parti. Un quesito che vive anche inseguito al comunicato diffuso dai magistrati nel quale si ribadisce che il benessere dei bambini ispira le loro decisioni. «Faccio queste domande con l’umiltà del cittadino e anche del professionista, che vede in queste modalità potenzialità traumatiche devastanti per i bimbi – assicura Cantelmi – e come professionista mi interrogo se questo dolore sia un prezzo giusto da pagare rispetto alle criticità emerse. Faccio queste domande con assoluta umiltà e senza intento polemico nei confronti dei magistrati ai quali va la nostra fiducia e stima. Però credo che si possano esprimere domande e anche critiche, come cittadino e come professionista, e offrire dialogo, collaborazione e competenze perché questo caso dolorosissimo possa risolversi».
Ma è la conclusione che contiene il vero appello, una sorta di invito a mostrarsi umili difronte ai fatti e a non perdere umanità: «credo che l’istituzione sia grande quando sa tornare sui propri passi ma grandissima quando sa riconoscere eventuali errori. Solo questa grandezza può infondere fiducia nelle istituzioni a noi cittadini e professionisti».
Ma i magistrati hanno sbagliato? Nemmeno il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha la risposta pronta: «non lo so finché non leggo le carte da cima a fondo», commenta ospite di realpolitik.
Fonte: Secolo d'italia del 13/03/2026 Cronaca - di Carmelo Briguglio
Famiglia nel bosco: le domande, le sofferenze, la solidarietà della gente e i pregiudizi del wokismo
Si sono espressi con univoca e critica opinione, esperti del livello di Vittorino Andreoli («crollata la dignità dei giudici. Separando bimbi e genitori si rischiano danni gravi»), Massimo Ammaniti («si stanno buttando via anni, anzi decenni, di teorie sullo sviluppo dei bambini. Tutti i miei maestri rabbrividirebbero davanti a quanto sta accadendo a queste persone») e Tonino Cantelmi ( «un nuovo trauma per i bambini…ogni giorno in più in un contesto ulteriormente traumatico può generare problemi permanenti»). Figure autorevolissime, di diversa estrazione e differente orientamento culturale, con all’attivo decenni di esperienza, di accademia, di scaffali di libri scritti: il che induce a farsi domande che inquietano.
A quali scuole di pensiero, scientifiche e professionali, il collegio dei giudici, in particolare i due giudici onorari che sono psicologi, ma anche gli stessi servizi sociali che hanno compilato l’istruttoria, si sono ispirati nell’assumere quell’ordinanza, la quale si scontra con pareri così qualificati, oltre che col senso comune, con la sensibilità della pubblica opinione? Com’è possibile che i membri esperti abbiano potuto ignorare un dato che larga parte della comunità scientifica ritiene sbagliato. Di più: devastante per i tre minori, qual è quello dell’allontanamento della madre? A quali conoscenze, risorse, metodiche in loro possesso si sono mai potuti appellare?
La consulenza tecnica interrotta: interrogativi e sospetti
Il secondo problema che si pone è quello dei servizi sociali e la loro influenza sul collegio. L’impressione è di un capovolgimento dei ruoli: come se i giudici fossero stati “messi sotto” dalle assistenti sociali, che a sua volta sembrano essere state “messe sotto” da sé medesime: da incontrollate pulsioni di irritazione nei confronti di Catherine; il che non è accettabile. Terzo: l’interruzione della consulenza tecnica, ordinata dallo stesso Tribunale, che era in corso, depone molto male. Fa nascere legittimi interrogativi, se non autentici sospetti: come se l’operazione non stesse andando per un verso già programmato e in direzione di un esito prestabilito che poteva essere messo in pericolo.
Se la consulenza – che era stata affidata dallo stesso Tribunale a una psichiatra qualificata – doveva accertare, tra l’altro, «le capacità e competenze genitoriali, nello specifico la capacità di riconoscimento dei bisogni psicologici (in particolare affettivi ed educativi) del minore» e anche «le figure di riferimento riconosciute dagli stessi minori», perché è stata interrotta? Come è stato possibile rinunciare a un atto che lo stesso Tribunale riteneva «necessario»? Un fatto davvero inusuale che peraltro contrasta con i diritti di difesa.
Rivolta morale e solidarietà dell’opinione pubblica
Quarto. Trovo davvero inappropriato che il collegio censuri con parole ingiustificabili che Catherine e Nathan perseguano i propri diritti di genitori anche «invocando pressioni dell’opinione pubblica sull’esercizio della giurisdizione». Questo è sorprendente, davvero. La verità è che non è mai accaduto che un giudizio minorile suscitasse una vera e propria rivolta morale e così tanta solidarietà. Segno che questa vicenda è simbolica: segnala una più estesa e velata questione sociale di cui la politica deve farsi carico. E al quale il discorso pubblico deve dare spazio ospitando un pluralismo di opzioni, e persino a un sano e composto conflitto “culturale”.
Pregiudizi anti-famiglia e pro case-famiglia
In ultimo: «L’allontanamento di un minore dalla famiglia deve tornare a essere una misura eccezionale, da adottare solo in situazioni di grave pericolo». Questa la posizione ribadita dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Non c’è nulla da commentare se non che occorre dotare le garanti di più penetranti poteri e vincolare i tribunali dei minori alla leale collaborazione con esse.
La “famiglia nel bosco” sta facendoci scoprire il “bosco segreto” delle carenze e contraddizioni della giustizia minorile: la compressione dei diritti di difesa dei genitori; un contraddittorio processuale minorato; la problematica formazione degli “psico-giudici” onorari e delle assistenti sociali; la carenza di poteri effettivi in capo alle garanti dell’infanzia; il pregiudizio anti-genitoriale e il wokismo sottile anti-famiglie e pro costose case-famiglia. I Trevallion lo fanno con grande forza emotiva, che viene loro da indicibili sofferenze: non possono rimanere senza risposta.

Sembra incredibile che un Tribunale dei minorenni, la cui composizione prevede anche due giudici onorari su quattro, esperti in materia psicologica ed educativa nominati dal Csm – ma quanti lo sanno? – possa emettere