Fonte: Leggo del 25/03/2026
Articolo di Ilaria Del Prete

I nuovi papà, presenti ma “zoppicanti”: solo il 17% si sente realizzato. Cantelmi: «Generazione di genitori adultescenti, impreparati al passaggio»
Nel 2025 cresce al 40% la quota di padri che sceglie il compromesso tra carriera e famiglia, ma la partecipazione non basta: per il Professor Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, la sfida del futuro è il passaggio dall’egocentrismo all’oblatività.

Il padre-ombra, quello che abitava la casa solo nel perimetro dei pasti e del riposo, appartiene ormai a un’altra epoca. Al suo posto, i dati della ricerca Parents di Eumetra 2025 consegnano il ritratto di un uomo nuovo, perennemente in bilico tra la scrivania e la culla, protagonista di una trasformazione strutturale che lo vede sempre più coinvolto nella cura quotidiana e sempre meno confinato in un ruolo tradizionale. Eppure, questo attivismo ha un prezzo: per quasi un padre su due, la famiglia è diventata un campo di compromessi necessari, una sfida che cresce di anno in anno e che non si esaurisce nella gestione pratica delle scadenze. È un cambiamento che sposta il baricentro: il cuore del problema non è più la logistica del tempo, ma la capacità di abitare il proprio ruolo con una consapevolezza nuova e più autentica.
Un equilibrio fragile

I numeri parlano chiaro: la percezione della necessità di trovare un equilibrio tra lavoro e famiglia è in costante ascesa. Se nel 2023 il 31% dei padri riteneva inevitabile scendere a patti con la carriera, nel 2025 la quota è balzata al 40%. «Non si tratta di una rinuncia, quanto di una maggiore partecipazione e responsabilità nella gestione della vita familiare», commenta Matteo Lucchi, Ceo di Eumetra. Secondo Lucchi, questa evoluzione si accompagna a una lettura più realistica delle sfide educative: «Più i padri partecipano, più sviluppano una visione profonda del carico, anche mentale, che la genitorialità comporta». Ma in questo scenario di maggiore impegno, emerge un paradosso: solo il 17% dei padri si sente pienamente realizzato sia come persona che come genitore. Un dato in chiaroscuro che, per il Professor Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, rivela una transizione ancora incompiuta verso l’età adulta.

Il genitore adultescente

Se da un lato sono stati dismessi gli abiti da padre-padrone, dall’altro si rischia di restare incagliati in un’eterna adolescenza che impedisce di essere guide per i figli. Per il professore, una vera e propria crisi di identità che trasforma gli uomini di oggi in “genitori zoppicanti”: «Parlo di padri, ma anche di madri, adultescenti. Cioè di adulti che si trovano ad essere genitori senza avere ancora risolto i loro problemi adolescenziali. Questo significa che abbiamo a che fare con genitori molto affettuosi, ma incapaci di dare contenimento, regolazione emotiva, direzioni da seguire nel caos emotivo dei figli, sostegno e autorevolezza». Questa difficoltà spiega perché così pochi padri riescano a dire di avercela fatta. È come se si fosse bloccato l’ingranaggio che permette di crescere davvero, passando dal “mio io” al “noi”. Per Cantelmi, il problema non sono i ragazzi, ma gli adulti che non hanno ancora completato il loro viaggio: «Il tema di questi tempi è proprio la transizione genitoriale: è sempre rimandata perché in fondo non siamo preparati al passaggio da adolescenti ad adulti e poi a genitori. Si tratta di una progressione magnifica: esserci, esserci-con, esserci-per. Questa progressione, che può essere tradotta in identità, coppia e genitorialità oblativa, sembra proprio essersi inceppata».

Oltre il rito: la scelta della responsabilità

Senza più i vecchi passaggi obbligati a tracciare il confine tra giovinezza e maturità, l’uomo moderno deve trovare da solo la forza di cambiare pelle. «Non ci sono più rito di passaggio.
Ma questo è bene, perché ritualismo per essere efficace ha necessità di sostanza. Oggi il passaggio fondamentale è dalla dipendenza alla responsabilità. Essere adulti, dunque esserci, significa essere in grado di assumersi una responsabilità sociale, cioè verso gli altri. Solo questo consente il passaggio all’esserci-con. La transizione poi alla genitorialità, cioè l’esserci-per, richiede una ulteriore assunzione responsabilità, che si correla con l’acquisizione di generosità, di oblatività e di capacità di prendersi cura». Non è dunque una questione di sovraccarico cognitivo o di troppe e-mail in sospeso. Il vero ostacolo del 2026 è il peso del proprio ego. Essere genitore, per Cantelmi, significa compiere l’atto rivoluzionario di smettere di guardarsi allo specchio: «Il problema non è la capacità di gestire compiti genitoriali. Il problema è non essere più adultescenti, immaturi, narcisisti ed ego concentrati. Essere genitore significa passare dall’egocentrismo all’oblatività».

Una nuova leadership

Questa rivoluzione interiore deve però scontrarsi con un mercato del lavoro che premia ancora la performance assoluta e punisce chi sceglie la presenza. Eppure, proprio nella capacità di essere padri potrebbe nascondersi la chiave per una nuova economia, più umana: «Sembra paradossale, eppure se non vogliamo avere solo manager narcisistici, che alla fine dei conti fanno anche male alle organizzazioni, dobbiamo favorire lo sviluppo di manager capaci di paternità/maternità. Finora abbiamo pensato che una leadership narcisistica sia efficace. Io sostengo invece che una leadership relazionale sia molto più efficace e utile per le organizzazioni e secondo me questa è una skill che ha a che fare anche con la genitorialità». In un mondo che ci vuole sempre “super”, ricondurre la genitorialità alla sua dimensione naturale, fatta di errori e stanchezze, diventa un gesto di ribellione necessaria: «Purtroppo in tutti i settori la società spinge verso una forma super prestazionale della vita. Ricondurre la genitorialità ad un fenomeno fisiologico e dunque imperfetto sembra precluso».

L’unica bussola che resta a disposizione dei padri schiacciati tra l’ambizione e il desiderio di un abbraccio vero è la parola nuda. «Parlare in modo autentico con il cuore in mano ai propri figli. I figli sanno distinguere, sono più in gamba di quello che pensiamo, hanno più risorse di quelle che pensiamo. Un dialogo autentico, privo di maschere, è l’unica soluzione percorribile». Forse, per abitare davvero quel 40% di tempo sottratto alla carriera e trasformare quel 17% in un’esperienza collettiva, la prima cosa da fare è semplicemente accettare la sfida di diventare, finalmente, adulti.